Sole e mare,  Tanzania

Una settimana a Zanzibar: turismo responsabile al ritmo delle maree

Il racconto della mia settimana a Zanzibar, un viaggio di turismo solidale nel sud-est dell’isola alla scoperta di tradizioni locali e luoghi meravigliosi, spezie e un mare dai mille colori.

Lo scorso febbraio ho lasciato l’azienda in cui ho lavorato negli ultimi sette anni per una nuova avventura lavorativa. Tra la fine e l’inizio dei due lavori sono riuscita a ritagliarmi una settimana di ferie che volevo passare al caldo e in relax.

Ma dove andare volendo evitare fusi orari troppo elevati, luoghi troppo turistici o le classiche formule villaggio? Dopo aver scandagliato il web per giorni alla ricerca di idee e voli a prezzi decenti, ho scovato una bella proposta di turismo solidale a Zanzibar: una piccola guesthouse gestita da un ong italiana, WHY Onlus.

La formula perfetta per me, un viaggio al caldo e al mare, ma responsabile, in un posto che si è rivelato davvero meraviglioso! Volete sapere com’è andata la mia settimana a Zanzibar? Continuate a leggere!

Giorno 1: arrivo a Zanzibar

È un volo Ethiopian Airlines con scalo ad Addis Abeba a riportarmi in Africa, cinque anni dopo il mio viaggio in Madagascar (un’altra esperienza solidale che prima o poi vi racconterò!).

Destinazione Zanzibar, o per essere più precisi, Unguja, l’isola più grande dell’arcipelago di Zanzibar, regione semi-autonoma della Tanzania, famosa in tutto il mondo per le spiaggie paradisiache e la produzione di spezie. Io alloggerò a Jambiani, un villaggio situato nella zona sud-est dell’isola, ancora non troppo battuta dal turismo.

L’impatto con Zanzibar è forte ed emozionante, palmeti lussureggianti, strade polverose, case ‘sgangherate’ e bambini che giocano in strada: si respira l’Africa a ogni sguardo!

Il villaggio di Jambiani sembra fuori dal tempo, mentre il taxi attraversa le stradine sterrate tra le case, scorgo galline che girovagano e qualche mucca che pascola.. e all’arrivo, il paradiso! La guesthouse MUBA, gestita dall’ong italiana Why Onlus, si affaccia proprio sulla spiaggia, con il tetto di paglia del suo ristorante, Starfish, che domina il complesso. Di fronte, lo sguardo si posa su un mare dai mille colori, con la marea che sta salendo.

Zanzibar, ristorante sulla spiaggia
Il ristorante della guesthouse MUBA, affacciato direttamente sulla spiaggia

Dopo essermi sistemata, mi fiondo in spiaggia per una passeggiata, un po’ di relax e il mio primo bagno nell’Oceano Indiano.

Giorno 2: alla scoperta di Jambiani

Dopo un’ottima colazione a base di frutta tropicale, mi aspetta il giro del villaggio di Jambiani, un tour atipico proposto da Why Onlus.

Il giro ci porta a conoscere la vita quotidiana degli abitanti del paese, i mestieri tipici e le tradizioni. Visitiamo l’asilo e l’ospedale, assistiamo alle dimostrazioni di alcuni lavori tipici femminili, come la lavorazione della fibra di cocco e delle foglie di palma.

Zanzibar, villaggio di Jambiani
Il villaggio di Jambiani

Il villaggio di Jambiani conta circa 8.000 abitanti. Le case sono sparse senza un ordine, le finestre fatte di foglie e le strade sterrate. L’elettricità è un lusso e le case degli stranieri spiccano per i loro muri elevati. Gli abitanti però sono sempre sorridenti e accoglienti, chiaramente abituati a questo giro di stranieri.

Finito il tour, mi fiondo in spiaggia a scattare foto della bassa marea. Il paesaggio è straordinario, il mare si è ritirato di centinaia di metri e la spiaggia brulica di vita. Donne che raccolgono alghe, uomini che puliscono le barche e uccelli che pescano tra le pozze.

Zanzibar, donne raccolgono alghe durante la bassa marea
Donne che raccolgono le alghe durante la bassa marea

Dopo pranzo e quattro chiacchiere con le mie compagne di tour, tre simpatiche signore italiane del nord-est, con cui praticamente condividerò la settimana, mi rilasso sulla spiaggia.

In serata invece, in compagnia di un altro gruppo di ospiti della guesthouse, andiamo a cena in un locale sulla spiaggia, uno dei quei posti dove puoi gustarti una grigliata di pesce con i piedi direttamente nella sabbia! Al ritorno verso la guesthouse rimaniamo incantati dalle migliaia di stelle che brillano nel cielo australe.

Giorno 3: un giro sulla barriera corallina

Questa mattina mi aspetta un’uscita in dhow, la tipica imbarcazione zanzibarina creata da tronchi di legno. Attraversiamo il mare che si sta ritirando e tingendo di tanti colori per giungere al reef. Con la bassa marea la barriera fuoriesce dall’acqua, e, con mia sorpresa, ci si può camminare sopra. Non immaginatevi però i coralli multi colori che si trovano sottacqua, qui la barriera è più una grande striscia di terra, un paesaggio quasi lunare dove si possono osservare stelle marine, polipi, qualche corallo e centinaia di ricci!

Zanzibar, mare e tipica imbarcazione
Uscita in dhow alla barriera corallina di Jambiani

Dopo la passeggiata, risaliamo in barca e andiamo a fare snorkeling in una zona dove si possono osservare alcuni pesci tropicali. Rientrate alla guesthouse, pranzo in compagnia e poi relax.

Il pomeriggio scorre tranquillo, la spiaggia di Jambiani è poco affollata, ogni tanto passa qualche beach boys a offrire un’escursione, ma per lo più si può trascorrere la giornata in completo ozio, a guardare il mare che sale e che scende e a godersi il caldo sole equatoriale.

Giorno 4: Paradise Island

Il nome della destinazione di oggi parla da solo! Partiamo dopo colazione in direzione Kizimkazi, sulla costa ovest di Zanzibar, da dove ci imbarchiamo su una piccola barca a motore .

La prima tappa è un punto di snorkeling vicino a un isolotto. La barriera qui è molto bella e animata, con grossi coralli e banchi di pesci di tutti i colori.

La tappa successiva è la “Paradise Island” che dà il nome al tour: un banco di sabbia bianca che spunta da un mare cristallino. Noi purtroppo sbarchiamo con la pioggia, ma fortunatamente dura poco, il tempo di vedere posionati il telo, i tavoli e le sedie per il pranzo e il sole fa capolino permettendo di ammirare il mare turchese che circonda l’isola.

Zanzibar, spiaggia bianca e mare turchese
La spiaggia bianca e il mare cristallino di Paradise Island

Certo non siamo i soli, piantate sull’isolotto ci sono una ventina di tende una a fianco all’altra, il paradiso non è esattamente un luogo isolato! Tuttavia, la ricca grigliata a base di aragoste, tonno e mazzancolle, la piacevole compagnia e il meraviglioso paesaggio attorno a me, fa passare in secondo piano la presenza degli altri turisti.

Ritornati sulla barca, il tempo torna brutto e ci costringe a veder molto rapidamente la foresta di mangrovie e a rientrare sotto la pioggia con il mare un po’ mosso. Facciamo anche un’approdo di ‘emergenza’, vicino a un resort, dove il nostro autista ci viene a recuperare per riportarci a Jambiani.

Giorno 5: i progetti di Why Onlus e corso di cucina locale

Oggi mi sveglio prestissimo per ammirare l’alba sul mare, uno spettacolo così affascinante che non me lo lascerò scappare neanche nei giorni successivi.

Alba sul mare a Zanzibar
Alba sul mare a Jambiani

Dopo colazione mi avventuro sulla spiaggia alla ricerca della lingua di sabbia di Jambiani, una specie di Paradise Island in versione ridotta. Purtroppo non faccio i conti con il sole a picco, per cui la passeggiata non sarà molto rilassante. I paesaggi però sono davvero meravigliosi, la sabbia che compare dal mare e abbaglia gli occhi, e il mare dalle infinite tonalità di azzurro, sono veramente indimenticabili (la foto di copertina ne è un esempio).

Dopo pranzo andiamo a visitare la scuola professionale gestita da Why Onlus e in particolare i laboratori di ceramica e sartoria. Quindi, ci spostiamo a casa di Suma, il responsabile della guesthouse, dove sua moglie ci insegnerà i segreti della cucina swahili.

Insieme a lei cuciniamo riso al cocco, salsa di pomodoro e verdure, spinaci cotti nel latte di cocco, chapati e crocchette di pesce e verdure. È molto interessante osservare la cuoca in azione tra fornelli di brace e pentole di ogni foggia.

Quando il cibo è pronto ci sediamo sui tappeti e consumiamo la nostra cena secondo gli usi locali, usando solo la mano destra. I piatti sono tutti squisiti e il pomeriggio scorre velocemente.

Zanzibar, cena swahili
Tipica cena swahili casalinga

Giorno 6: Mungoni

Oggi una gita solo per me, vado a Mungoni, un villaggio caratteristico nell’entroterra, dove sono ancora vive alcune tipiche tradizioni che sono andate perdute in altri villaggi dell’isola.

La prima parte del giro è una passeggiata nella foresta, durante la quale la mia guida mi spiega le diverse piante e il loro uso officinale che ne fanno nella medicina tradizionale. Dopodichè ci imbarchiamo in una piccolissima canoa di legno per un emozionante giro tra le mangrovie. Siamo l’unica barca sul fiume, immersi in un silenzio quasi irreale; mentre la guida mi illustra i diversi tipi di mangrovie e mi racconta degli animali che animano la foresta, io mi godo il panorama e mi rilasso.

Zanzibar, foresta di mangrovie
Giro in barca sul fiume tra le mangrovie

Dopo pranzo, è il momento del giro guidato del villaggio. Mungoni è un paesino di circa 1500 abitanti, suddiviso in quartieri abitati da clan famigliari. Molte case hanno un’archittetura tipica, con piccole verandine, e ce ne sono anche parecchie di quello che loro chiamano ‘il primo stile’, ovvero con muri di pietre e tetti di foglie di palma.

Zanzibar, bambini che giocano fra le case
Mungoni, bambini che giocano fra le case

In questo villaggio, mi spiega la guida, credono ancora molto negli spiriti e nel diavolo, e molte famiglie hanno un piccolo tempietto nella foresta dove chiedono favori al proprio spirito di riferimento.

Il giro è molto interessante e prima di ripartire mi rendo conto di essere stata l’unica turista del luogo per tutta la giornata!

Giorno 7: Stone Town

Il mio ultimo giorno a Zanzibar inizia con un’alba spettacolare, con il cielo che si tinge completamente di rosa e arancione. Dopo un’ultima colazione e i saluti, raccolgo i bagagli e, insieme alle mie compagne di viaggio, andiamo a Zanzibar Town, capitale dell’isola, per la visita del centro storico, chiamato Stone Town.

Zanzibar è stata per centinaia di anni un importante crocevia commerciale e ha visto il dominio prima dei portoghesi, poi del sultanato dell’Oman e, infine, della Gran Bretagna. Ognuna di queste dominazioni ha lasciato segni indelebili sulla storia, la cultura e l’architettura della città.

Zanzibar, palazzo con scritte in arabo
Zanzibar, Stone Town

Purtroppo ho solo mezza giornata a disposizione, ma riesco comunque a visitare il bellissimo mercato, l’hammam del sultano e l’ex mercato di schiavi.

Il mercato è vivacissimo e molto grande, con zone dedicate alla carne, al pesce, alle verdure, e alle immancabili spezie! Molto interessante è anche la visita all’ex-mercato di schiavi, presso il quale è allestita una mostra che racconta le terribili storie di deportazione di migliaia di persone dall’Africa Centrale.

Il mercato di Stone Town

Un pranzo velocissimo ed già ora andare in aeroporto; dopo le ultime interminabili code al caldo sono di nuovo su un volo Ethiopian, sulla strada verso casa.

Una settimana a Zanzibar: conclusioni

Zanzibar mi è entrata nel cuore, coi suoi paesaggi meravigliosi, la vita scandida dal ritmo delle maree, i sorrisi dei bambini… se c’è un difetto che posso trovare a questo viaggio è che è stato troppo breve.

Ci vogliono almeno due settimane per esplorare con calma l’isola e visitare le principali attrattive, e potersi ritagliare al tempo stesso qualche giornata di puro relax.

Sono certa che ci ritornerò e quando lo farò non avrò dubbi su dove alloggiare. L’esperienza di turismo responsabile con Why Onlus è stata perfetta, dalla guesthouse al ristorante, fino alle escursioni, tutto è organizzato nei minimi dettagli. E potersi godere un bel viaggio, sapendo che la tua presenza di turista avrà un impatto positivo sulla popolazione locale è ancora più appagante!

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